Powerpoint!


Giorgio Mascitelli
Se si dovesse descrivere con un esempio concreto quali sono le trasformazioni che stanno caratterizzando la nostra scuola sul piano culturale, invece di tirare in ballo articoli di legge o decreti ministeriali difficilmente comprensibili ai non addetti ai lavori, basterà ricordare il curioso statuto di cui gode il powerpoint nel nostro sistema scolastico.
Questo programma particolarmente utile per la presentazione grafica di qualsiasi argomento (da una veloce relazione sul dibattito relativo alla teoria delle superstringhe all’analisi del modus operandi dell’Internazionale f.c. sul calciomercato nell’ultima sessione invernale) gode di uno statuto ontologico diverso da quello di cui godono gli altri programmi informatici e gli strumenti didattici in generale.
L’insegnante che avrà fatto svolgere un lavoro agli studenti o preparato una propria lezione con l’ausilio di questo strumento difficilmente parlerà dell’argomento scelto coi propri colleghi, con gli studenti e le loro famiglie, ma si concentrerà sul fatto di aver usato il powerpoint. Anche presso gli studenti, per la verità meno inclini agli entusiasmi tecnologici perché abituati a operare con programmi più sofisticati, il discorso verterà più sui modi di preparare la relazione anziché sui contenuti di essa, come nelle vecchie interrogazioni.
Non parliamo poi del variegato mondo della burocrazia scolastica dove poter vantare in una relazione di qualsiasi tipo e genere l’uso del powerpoint vale come aver fatto gli ori a scopone scientifico.
Naturalmente qualcuno, che so un giovane economista vincitore di una borsa di studio per trovare l’algoritmo che dimostri il maggiore successo lavorativo di chi ha studiato con il powerpoint, potrebbe obiettare che c’è ancora molta resistenza all’uso delle nuove tecnologie e avrebbe ragione; anzi si può aggiungere che esistono sacche di insegnanti, che arrivano come dei luddisti a reputare qualunque cosa venga presentata con il power point una stupidaggine, in pieno sprezzo del carattere neutrale del prodotto. Ma costoro non contano affatto perché il powerpoint ha vinto nell’immaginario collettivo e, quando qualcosa vince nell’immaginario, le scienze sociali più aggiornate scoprono sempre il calcolo che lo prevedeva.
L’uso del powerpoint infatti è diventato innanzi tutto un segno non solo di aggiornamento e di modernità vincente, come è ovvio, ma anche di prestigio e di appartenenza a un’èlite, che questa èlite sia in realtà una massa è questione trascurabile nell’ottica dell’immaginario collettivo. Per capire meglio questa situazione, basterà confrontare come fu accolto l’uso della calcolatrice elettronica a scuola: dopo un breve periodo di indignata repressione perché indeboliva le capacità di calcolo dei ragazzi, essa fu accettata come male necessario del progresso o come un utile ausilio, che non poteva connotare in alcun modo né positivamente né negativamente l’attività didattica. Nel caso del powerpoint, invece, l’idea che esso sia un valore in sé, che qualifichi il lavoro scolastico, dimostra come sia diventato ormai un segno mentre la calcolatrice resta uno strumento.
Ora una scuola che usa in questo modo il powerpoint non può che insegnare a usare il powerpoint. Questa apparente tautologia merita di essere spiegata: il powerpoint non è usato come uno strumento per realizzare determinate attività, ma viene inserito in un orizzonte di aspettative e simboli in cui è esso allo stesso tempo il garante e la metonimia di una serie di valori, anzi di un solo valore, la subordinazione dell’ingegno umano a qualsiasi attività possa aumentare i profitti, che viene trasmesso in maniera per così dire muta e perciò potentissima. Nelle scuole ideologizzate la trasmissione dei valori più efficace non avviene per via diretta ma subliminalmente.
Ne dà un esempio Luigi Meneghello, quando in Fiori italiani descrive la scuola elementare fascista come efficace non per la presenza di questa o quella iniziativa di propaganda, ma per l’orizzonte che abbracciava, tutto implicitamente fascistizzato (affinchè non ci siano equivoci, non sto affermando che l’attuale scuola italiana è autoritaria, ma che questo tratto singolo isolato da Meneghello è utile per capirne un altro presente nella nostra scuola attuale. L’autoritarismo di tipo tradizionale è presente in forma residuale e corporativa presso taluni docenti o come marchio delle politiche di centrodestra, ma non è un elemento strategico nelle politiche scolastiche attuali).
Tutto questo discorso, che non ha origine in Italia, va calato poi nel contesto italiano: in un contesto, cioè, nel quale spesso mancano i mezzi concreti per realizzare le attività informatiche. Per effetto di questa situazione l’introduzione della tecnologia nella scuola appare sempre più rivestita di questo valore segnico o ideologico, se si preferisce, e si rafforza l’idea opposta, ma complementare, che la radice dell’insegnamento consista nella trasmissione di un insieme di contenuti previsti in programmi e presentati con modalità sempre uguali a se stesse. Il rischio non è solo quello di una scuola aziendalista, ma, come scriveva Meneghello a proposito di quella frequentata da lui, una scuola di parole e non di cose, magari si tratterà di parole meno difficili, magari inglesi e non latine, ma pur sempre di parole invece di cose.

La sinistra fuori dalla morsa tra «neo» e social-liberisti



 Riccardo Bellofiore

A. Burgio ha rinvenuto le radici della crisi di governo in una dualità delle culture politiche nell'Unione: i «moderati», con una impostazione neoliberista, versione aggiornata del buon vecchio laisser faire: i «radicali», attenti alle ingiustizie e all'intervento dello Stato. Più che un programma vago, si richiedeva un «compromesso tassativo». Uno scambio, tra quanta «privatizzazione» e quanto «intervento pubblico». Una impostazione del genere affida alla sinistra una missione impossibile. Aver pensato ad un accordo di governo tra «neoliberisti» e «sinistra» mi pare sfuggire a qualsiasi intelligibilità politica. Anche se chiarirebbe non poco sia le sabbie mobili in cui si è finiti, sia perché il confronto nella coalizione è stato condotto alzando quotidianamente alte grida prive di qualsiasi efficacia. Il limite fondamentale è che una tesi del genere dà una rappresentazione falsa di come stanno le cose, e immiserisce la cultura del centro-sinistra. Per capire dove siamo approdati è meglio partire da una, sia pur rozza, dicotomia tra «neo-liberismo» e «social-liberismo».
Il neoliberismo è irriducibile al «lasciar fare». Ha l'ossessione dei «fallimenti dello Stato». Vuole deregolamentare, ridurre il peso dello Stato.
Ma il «libero mercato» va bene solo per il mercato del lavoro, la spesa statale la si falcidia solo nel suo versante sociale.
Al di là di questo perimetro, che include la massima precarizzazione possibile, il neoliberismo tutto è meno che autenticamente liberista. Non attacca le posizioni di monopolio (basta citare Bush e Berlusconi per capirlo). Si disinteressa dei disavanzi statali e del debito pubblico: vuole la riduzione delle imposte, e invade politicamente l'economia (lo chiama «neocolbertismo»).
Il social-liberismo vuole contrastare i fallimenti dello Stato (ammettiamolo, in certi casi innegabili), ma anche i «fallimenti del mercato». Loro sì che sono davvero liberisti: ma sul mercato dei beni o dei servizi, non sul mercato del lavoro. Vogliono liberalizzare per riregolamentare: la concorrenza punirebbe le derive del capitalismo legate a posizioni di monopolio; ridurrebbe i costi per le imprese, e i prezzi per i consumatori. Loro sì che insistono per rispettare il Patto di Stabilità. Non perché credano alle virtù taumaturgiche della finanza sana, piuttosto spingono per una maggiore efficienza del settore pubblico. Questa «lotta alle rendite», assieme a una politica industriale (e magari creditizia) per incentivi e disincentivi, farebbe ripartire lo sviluppo. A questo dovrebbe contribuire una maggiore «flessibilità» del lavoro, tollerabile perché affiancata ad un welfare universalista e ad ammortizzatori sociali. I salari si faranno aumentare, in modo diseguale, con la contrattazione articolata e territoriale. I social-liberisti vorrebbero dunque redistribuire. Misure come la stessa riforma delle pensioni, e il dirottamento del Tfr nei fondi pensione puntano a far partecipare i lavoratori ai guadagni di capitale, dar voce ai risparmiatori nella gestione delle imprese, rendere meno «familiare» il nostro capitalismo.
Si può capire perché possa essere apparso opportuno, se non necessario, formare una coalizione tra social-liberisti e sinistra. Si capisce anche perché la base sociale del social-liberismo non sia riducibile ad una grande impresa manifatturiera ormai quasi scomparsa da noi, ma stia in parte nelle reti di piccole imprese, nel «quarto capitalismo» delle medie imprese multinazionali, nella finanza, nel capitalismo dei servizi. Perché abbia un radicamento nel sindacato. Non vanno però trascurate due cose.
«La prima è che esiste da tempo di un nuovo ciclo economico-politico. La destra va al governo. Pratica in pieno la politica «neoliberista», trovandosi contro «moderati» e «radicali», uniti. Spende e spande, creando voragini nella finanza pubblica: e nel caso italiano, accelera il declino. Ad un certo punto, viene sostituito dal centro-sinistra più la sinistra che va al governo. Peccato che, si dice, non vi sia più niente da redistribuire, che si debba risanare il debito pubblico. Se si vuole praticare un po' di redistribuzione, e favorire lo sviluppo, la crescita delle imposte deve essere maggiore. Si determina un progressivo sfaldamento. Ogni dissenso interno, ogni conflitto sindacale viene visto dai «moderati»come un sabotaggio alle politiche di sviluppo, mentre la sinistra della sinistra grida al tradimento contro la sinistra al governo. Qualcuno, che si era illuso che il «movimento» avrebbe spostato la coalizione a sinistra, ha un brusco risveglio. Di sicuro, la sinistra al governo si limita ad essere passivamente reattiva. La frantumazione non aiuta a modificare lo stato delle cose. Si estende il disagio sociale: e un conflitto sempre più forte, ma a destra. Il centro-sinistra collassa. Il ciclo riparte, in una spirale al ribasso, che può comprendere, come in Germania, qualche grande coalizione.
La seconda è che, per non finire in questa trappola, si sarebbe dovuto, come si deve ora, presentarsi con qualcosa di più di parole d'ordine disparate, con qualcosa di coerente. Con un asse, e un asse solo: una sinistra del lavoro, dove le questioni della natura e del genere attraversino trasversalmente la ridefinizione del modello economico e sociale di sviluppo. Tanto più che il «nuovo» capitalismo - su cui scommettono, in modi diversi, neoliberisti e social-liberisti - è instabile e insostenibile, oltre che socialmente distruttivo. E sul proprio programma si possono, sì, chiedere rinunzie al proprio popolo, in certi casi si deve uscire dalla coalizione: non si può invece mobilitare due volte grandi masse solo per restare a galla nel piccolo cabotaggio. Subalterni al social-liberismo.
Ha ragione Tronti: bisogna «alzare il tiro». Occorre capire se la «cosa rossa» (orrendo termine, ma sempre meglio di quello che poi si è scelto) vuole configurarsi come vero partito riformista nella tradizione social-democratica (sarebbe un bel passo avanti, anche se non sarebbe il mio partito); o se intende mantenere un filo forte con una sinistra di classe, di ispirazione marxiana e comunista. E' chiaro comunque che condizione necessaria, anche se non sufficiente, per ripartire è una esplicita dichiarazione di fallimento. Una assunzione di responsabilità, una inequivoca cesura con la linea confusa e disastrosa che ci ha condotti a questo stallo. Ora, non domani, bisogna avere il coraggio di accettare una sfida programmatica all'altezza di quella social-liberista. Con i piedi finalmente ben saldi dentro un rinnovato protagonismo di classe.

Il Grande Rebus: le elezioni viste da sinistra


di Marco Niro.

Per chi, nonostante tutto, trova ancora a sinistra – intesa nel senso fresco, aggiornato e post-ideologico ben espresso qualche settimana fa da Giulietto Chiesa – il proprio universo di riferimento politico, queste elezioni sono un vero e proprio rebus. Chi la sinistra sostiene di rappresentare, in questa tornata, ha compiuto autentici capolavori di masochismo, andando oltre il fondo che già ormai pensavamo si fosse definitivamente toccato negli anni precedenti.

A cominciare è stato Vendola, con la decisione suicida di allearsi con il Partito Democratico. A Vendola sarebbe bastato guardare alla sua sinistra e dire “uniamoci e torniamo in Parlamento”, e non avrebbe fatto fatica a porsi alla guida di una coalizione saldamente ancorata a sinistra, alternativa al PD, facilmente accreditabile di una percentuale di voti ben superiore a quell’8% necessario ad entrare in entrambi i rami del Parlamento.

Invece Vendola, ad un’opposizione libera da condizionamenti e capace di rinvigorire e cementare una sinistra italiana uscita disastrata dalle politiche del 2008, ha preferito spaccarla ulteriormente e puntare su un’alleanza innaturale col PD, che lo costringe ogni giorno che passa di questa campagna elettorale a fare i salti mortali per garantire al suo elettorato che lui con Monti non si alleerà mai (come se, del resto, essere alleati di Enrico Letta e Fioroni, invece, sia una cosa che un elettore di sinistra, oggi, possa digerire facilmente…). Dal che discende, oltre che un’emorragia di voti per SEL (oggi accreditata della metà dei consensi che i sondaggi gli assegnavano prima della decisione di “sposare” il PD), un vero e proprio enigma per un suo elettore: se vota SEL, lo fa perché vuole contribuire, da sinistra, a un’alleanza di governo, altrimenti voterebbe Rivoluzione Civile; ma che senso avrebbe allora votare SEL se, come è evidente, Bersani sarà costretto all’alleanza con Monti e Vendola a quel punto si sfilerà, come non si stanca mai di assicurare?

Lasciando gli elettori di SEL al loro enigma, passiamo appunto a Rivoluzione Civile. Ricreare la fallimentare accozzaglia elettorale che era stata la Sinistra Arcobaleno nel 2008 pareva francamente arduo. Cinque anni dopo ci si è riusciti addirittura peggiorandola, con l’innesto di un corpo estraneo, Di Pietro (che, visto da sinistra, non può che essere considerato tale), e con l’affidamento incondizionato ad un improvvisato “deus ex machina”, Ingroia, nel segno di un personalismo politico modaiolo e banale che con la sinistra dovrebbe centrare poco o nulla (pur con tutto il rispetto per Ingroia). Intendiamoci: quello di Rivoluzione Civile è un programma interessante di cui un elettore di sinistra potrebbe pure accontentarsi (ammesso che, a sinistra come a destra, esistano ancora elettori interessati ai programmi). Tuttavia, la dinamica frettolosa con cui Rivoluzione Civile è nata, che finisce con il farla apparire come una sorta di Frankenstein prematuramente partorito, rischia di annullare la bontà di qualunque programma, già poco dopo la chiusura delle urne.

L’aspetto masochistico di tutto ciò è che la nascita di Rivoluzione Civile a scopi meramente elettorali ha finito con il frenare bruscamente – se non addirittura compromettere – l’unico vero processo di costruzione democratica e dal basso in Italia di un soggetto politico di sinistra, quello che stava avvenendo all’interno di “Cambiare si può”, come dimostra la presa di distanza da Rivoluzione Civile da parte dei cosiddetti “professori” che di “Cambiare si può” sono la mente. Così, per il nostro elettore di sinistra, si ripropone con Rivoluzione Civile un altro enigma: se vota Rivoluzione Civile, lo fa perché vuole che nel prossimo Parlamento ci sia un’alternativa a sinistra della coalizione PD-SEL; ma che senso avrebbe votare Rivoluzione Civile se questo soggetto dovrà poi fare i conti con un collante elettorale destinato a venire subito meno, col rischio – molto concreto – di assistere ad un triste spettacolo di disunione interna, dal quale l’alternativa di sinistra uscirebbe del tutto indebolita, per di più col rischio che questa dinamica si ripercuota anche fuori dal Parlamento, come lascia intendere quanto già avvenuto nell’ambito di “Cambiare si può”?

In questo enigmatico contesto, ecco che – paradossalmente – il nostro frastornato elettore di sinistra potrebbe essere tentato dall’idea che il voto speso meglio sia quello dato al Movimento 5 Stelle, guidato, anzi “capeggiato”, da uno che di sinistra non è mai stato, Beppe Grillo. Con lui, i rischi che si corrono con SEL e Rivoluzione Civile non ci sono: non c’è nessun dilemma-alleanze come nel caso di Vendola e nemmeno un dilemma-tenuta come nel caso di Rivoluzione Civile, ovvero si può stare certi che il Movimento 5 Stelle, una volta in Parlamento, farà per tutta la legislatura un’opposizione netta, radicale e granitica.

I problemi, con Grillo, sono altri e ben noti, guardandolo da sinistra. E non stiamo parlando dei dubbi sul fatto che si tratti di una forza realmente di sinistra. Ha scritto uno dei più acuti osservatori del Movimento 5 Stelle, Andrea Scanzi, sul Fatto Quotidiano, facendo riferimento al loro programma: «sanità pubblica, scuola pubblica, reddito minimo garantito per tutti, pacifismo, ambiente, liste pulite, abbattimento dei costi della politica, no agli inceneritori, etc: il Movimento 5 Stelle è di destra come Storace di sinistra». I problemi sono piuttosto altri, e innegabili: l’appiattimento sul “Capo” e la dipendenza totale da lui, la scarsa democrazia interna (sempre citando Scanzi: «il M5S contiene anche questa anomalia di inseguire la democrazia dal basso - “Uno vale uno” - ma di essere al tempo stesso la dimostrazione - per ora - del contrario») e il populismo urlato dei toni (non dei contenuti).

Ecco quindi la domanda: può un elettore di sinistra tapparsi occhi, orecchie e naso di fronte a questi che da sinistra non possono che essere visti come degli inaccettabili difetti del Movimento 5 Stelle e concentrarsi solo su quella che dal suo punto di vista può apparire come un’evidente qualità, ovvero essere la forza in gioco che meglio può garantire di poter contare, dentro il prossimo Parlamento, su un’opposizione netta, radicale e granitica fondata su contenuti di sinistra?

Non lo sappiamo. Quello che è certo, tuttavia, è che si verificherebbe, a quel punto, ciò che proprio Grillo ha più volte affermato con enfasi: colui per il quale voto diventa un mio dipendente, e deve fare quello che io gli chiedo. E questo, forse, potrebbe essere il miglior modo di neutralizzare, da sinistra, ogni rischio di deriva populista e anti-democratica del Movimento 5 Stelle.

Agli elettori di sinistra, da sempre minoritari e ora anche frastornati, l’ardua decisione. 

Il programma del governo che verrà. Un’analisi critica dell'Agenda Monti


Da clash city workers

Lo scorso 23 dicembre Mario Monti ha presentato con gran clamore la sua Agenda, ovvero il manifesto con cui intende raccogliere consenso alle prossime elezioni e il programma su cui si stanno misurando le classi dominanti italiane. L’Agenda è stata accolta con entusiasmo dai media, che hanno festeggiato la “salita in politica” di Monti (come se finora non fosse stato al governo!), e ha riscosso un consenso quasi unanime fra intellettuali, addetti ai lavori e politici.

Pochi hanno provato a chiarire cosa l’Agenda diceva per davvero, finché questa non è proprio scomparsa dal dibattito, espulsa dal sistema mediatico che ha già cominciato a ingurgitare la sbobba elettorale, le sparate di Berlusconi, le prediche di Bersani, le polemiche su Grillo, gli inviti alla responsabilità di Napolitano...
agenda mario monti

Ci sembra invece il caso, per non soffocare nelle cazzate che ci propinano ogni giorno e nei finti scontri fra personaggi  politici, per riportare l’attenzione sugli elementi davvero decisivi della situazione in cui ci troviamo, di analizzare attentamente le cose scritte in quest’Agenda, i contenuti che esprime e le logiche di classe di cui è espressione.
Anche perché a sinistra, soprattutto fra i giovani e nel movimento, il dibattito non è stato molto ricco, anzi: c’è stata una vera e propria disattenzione rispetto ai punti di questa Agenda e varrebbe la pena chiedersi il perché. Forse alcuni, come i partitini della sinistra, erano troppo impegnati con le alchimie tattiche per superare la soglia di sbarramento, troppo impegnati nell’aprire dialoghi con il PD, nell’esaltare acriticamente la “società civile”, affidandosi all’ennesimo leader, che per di più è un magistrato che celebra lo Stato e attribuisce tutti i problemi dell’Italia alla mafia… Come aspettarsi da questi qui un’analisi nel merito delle politiche di classe del Governo Monti, una critica dell’Unione Europea, del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio come norma costituzionale? Quanto al movimento, ai collettivi, alle associazioni etc, sembrano purtroppo avere interiorizzato la difficoltà di incidere a un livello “alto”, almeno nazionale, e quindi tendono a disinteressarsi di questa dimensione essenziale della politica, a ripiegare sui propri progetti e rinchiudersi in un quartiere, in una facoltà o in uno spazio sociale…
Invece l’Agenda Monti – per quanto non apporti troppe novità rispetto alla linea già seguita da questo governo e alle proposte che la borghesia ha messo in campo da diversi anni, per quanto risponda a esigenze principalmente elettorali e quindi deve essere per forza di cose vaga, anche per agevolare la costruzione di alleanze nel confuso scenario post-elezioni – è la sintesi e la schematizzazione degli interventi che la frazione della borghesia più internazionalizzata intende imporre al paese. È, in altri termini, il piano di lavoro del prossimo governo, indipendentemente dall'esito delle elezioni.

Per questo capire attraverso l’Agenda Monti quella che è la strategia del nostro nemico, misurarla con gli altri processi che accadono a livello continentale, ci potrebbe aiutare a migliorare la nostra azione politica, a renderla più organica e in linea con le preoccupazioni del nostro blocco sociale di riferimento, con gli interessi di milioni di lavoratori, disoccupati, studenti, pensionati.
Proviamo a procedere per punti, individuando alcuni grandi temi che attraversano tutto il testo. Temi che non a caso sono passati un po’ sotto silenzio…

1. L’Italia, il polo imperialista europeo e la sponda Sud del Mediterraneo

È singolare che l'Agenda si apra con un'ammissione quasi marxista, come se l’ex PCI ed ex PD Pietro Ichino, co-autore se non vero autore del testo, si fosse ricordato del suo passato: “La crisi ha impresso al processo di integrazione europea una accelerazione che sarebbe stato difficile immaginare solo pochi anni fa”. Questa è una constatazione importantissima, perché ci fa capire che i padroni hanno più chiara di noi la posta in gioco dell’Unione continentale e ragionino a fondo sullo scenario che si è aperto dal 2007 in poi. Dopo l'unione monetaria raggiunta nel 2002 il processo di integrazione europea si era infatti arenato: ma la crisi ha dimostrato che non si può rimanere in mezzo al guado e che la necessità della borghesia più "avanzata" (cioè di quella che intende competere a livello internazionale con gli altri grandi blocchi del mondo globalizzato – USA, Giappone, Brasile, Russia, India, Cina etc), è di fortificare la propria "base" economica e i propri apparati di governo. Ecco il motivo per cui bisogna procedere velocemente sulla strada dell’integrazione bancaria e sulla costruzione di un Tesoro comune  anche attraverso la leva dei project bond, ecco perché bisogna realizzare l’integrazione fiscale. È con questi giganteschi processi, con questi enormi interessi che si devono misurare i partiti di governo in ogni paese europeo, e in particolare in quelli più in difficoltà. Detto per inciso, in quest’ottica si capisce sia come diventi necessario per il PD obbedire alle ingiunzioni del Fiscal Compact, sia come non si possa ritenerlo un partito di “sinistra”, in grado di avviare politiche sociali e redistributive.

Ovviamente la crisi ha fatto anche sì che esplodessero alcune contraddizioni, che l'Europa si gerarchizzasse, che il processo di integrazione non si sviluppasse in maniera armonica, ma attraverso brutali semplificazioni e centralizzazioni decisionali. La frazione di borghesia italiana che Monti rappresenta vuole invece sedere anche lei al tavolo di gioco, disponendosi a un sistematico metodo di concertazione con i paesi "forti" dell'UE. Solo che per farlo deve conquistarsi un certo spazio di azione. Ecco spiegato anche perché il testo, così come gli interventi di Monti di questi giorni, siano attraversati da una fortissima polemica contro il precedente governo e il blocco sociale rappresentato da Berlusconi e Lega. Come a dire che il PD per questo genere di cose è un interlocutore ben più affidabile, e se ci aggiungiamo la sua consistenza elettorale e la relativa stabilità rispetto agli altri gruppi politici (che in questa fase sono piuttosto "gelatinosi"), possiamo considerarlo come la principale "diga" conservatrice in funzione in questo momento nel paese.

Insomma, chi pensasse che l'Italia sia destinata a giocare un ruolo da “macchietta”, memore della gestione dei rapporti internazionali di Berlusconi, potrebbe sbagliarsi di grosso. E qui si inserisce uno dei temi più ignorati da chi ha provato ad analizzare i propositi dell’Agenda: quello della guerra. In un contesto di crisi e di scontri di capitali a livello internazionale, il ricorso a questo mezzo è infatti sempre più necessario.
E la borghesia italiana ha tutta l'intenzione di fare un passo in avanti anche su questo terreno. Ancora scottata dal “rovescio” costituito dall'aggressione internazionale alla Libia, suo alleato fidato fino a pochi giorni prima dell'attacco, vuole tornare a concertare alla pari con la borghesia continentale usando tutte le cartucce a sua disposizione. Che sono:

- l'affidabilità del paese per gli scenari di guerra presenti e futuri, la presenza dei militari italiani in tutti gli scenari di guerra, con o senza la foglia di fico dell'ONU (si badi bene: risultiamo affidabili anche perché nessuno dei partiti che andrà in Parlamento fa propria la battaglia per il ritiro da tutti i fronti);

- l'indispensabilità della penisola nella gestione e rimodulazione dei rapporti con i nuovi governi della sponda Sud del Mediterraneo, arrivati al potere all'indomani delle “primavere arabe”;

- la centralità dell'Italia per la NATO e della NATO per l'Italia, una centralità che non viene messa in discussione nemmeno dagli “arancioni” di Ingroia e De Magistris, contento anzi di avere ancora il comando delle forze NATO vicino Napoli, dopo lo spostamento dalla sede da Bagnoli;

- la preminenza data all'industria bellica e la “delicatezza” con cui si tratta FINMECCANICA mentre in altri settori, pur essi “strategici”, come i trasporti o la produzione metallurgica, i tagli abbondano;

- le spese militari, mai messe in forse; o, ancora, la promessa realizzazione del progetto del MUOS di Niscemi per l'installazione di sistemi radar che saranno messi a profitto nelle prossime avventure imperialiste.

Insomma, non proprio un “patrimonio” da poco, che smentisce quell'immagine di “Italietta” che spesso traspare dalle cronache nostrane.


2. Come attrarre investimenti, o del “saper vendere”

Torniamo alla lettura dell’Agenda, ed arriviamo ai nodi di politica “interna”. Per guadagnarsi quello spazio che la borghesia imperialista italiana tanto anela bisogna infatti rendersi “credibili”. In questo senso Monti ha ragione nel dire che con i tagli messi in campo finora sono stati raggiunti risultati importanti (per loro): a furia di distruggere ogni spesa sociale, di tagliare sanità, scuola, sussidi etc, il saldo primario dell'Italia è attivo ormai per 39,5 miliardi di euro ; il nostro paese è forse il più "virtuoso" d'Europa in termini di spesa pubblica, che è ormai davvero ridicola, soprattutto se confrontata ai paesi del Nord Europa (cioè a quelli a cui si dice di voler somigliare) .

ichino monti agenda

Chiaramente Monti sa bene che di austerità si muore (non che gliene importi che moriamo noi, ma che muoiano - cioè non si valorizzino adeguatamente - i capitali italiani), per cui ha tutto l'interesse a fare “ripartire la crescita” . Ma siccome esclude a priori la leva degli investimenti pubblici, il problema che si trova di fronte la borghesia italiana oggi è quello di reperire capitali e rimettere in moto l'economia. “Attirare investimenti” è così diventato un vero e proprio ritornello. Alla luce di quest'obiettivo, il programma del prossimo governo va considerato come un tutto organico, come una strategia che si sviluppa su differenti livelli:

a. un attacco al costo del lavoro e alle condizioni di lavoro. Per attirare investimenti – in particolare di soggetti stranieri, che sono gli unici in questo momento ad avere a disposizione una certa liquidità, e ovviare così ad un problema “storico” dell’economia italiana, che non è affatto competitiva da questo punti di vista – Monti intende creare un ambiente business friendly.
Detto in altri termini, ha bisogno di eliminare tutti quegli ostacoli, piccoli e grandi, che potrebbero dare fastidio alle multinazionali e ai fondi di investimento. È così che si spiega il tour all’estero di cui l'ormai ex primo ministro è stato protagonista, per farsi conoscere e marcare la discontinuità con il periodo berlusconiano; ed è così che nell’Agenda si arriva addirittura a parlare della "quotazione dell'aggettivo ‘italiano’ nel mondo"! Ma le simpatie internazionali non si catturano solo con un buon marketing: Monti doveva e deve aggiungere altre frecce al suo arco per centrare il cuore degli investitori...

In questo senso Monti ha innanzitutto “venduto” nel suo primo tour la maggiore precarietà operaia ottenuta con la Riforma Fornero. Gli investitori esteri si sono dimostrati interessati, ma hanno chiesto di più. E così nell'Agenda troviamo i prossimi passaggi, sempre all'insegna dell'attacco al costo del lavoro, e quindi ai diritti dei lavoratori, ai loro contratti, tempi e modi di lavoro, al loro (ormai minimo) potere.
Da questo punto di vista Monti è esplicito: parla di potenziare la contrattazione di secondo livello, cioè di distruggere il contratto collettivo nazionale; intende dichiarare finita la concertazione, che in passato ci veniva sempre presentata come "cosa buona e giusta", e infine vuole relegare le parti sociali in un ruolo meramente consultivo rispetto alle decisioni del governo e del padronato...

I problemi che però incontra un investitore esterno non sono però solo quelli delle presunte “rigidità” del nostro mercato del lavoro. C'è anche quello delle lungaggini burocratiche. Per questo secondo Monti bisogna introdurre la “semplificazione amministrativa”, secondo una formula moderna e rassicurante che non potrebbe trovare alcuna opposizione. Ma quando si tenta di capire che significa, si scopre che la più grande “semplificazione” è quella delle misure di sicurezza sui posti di lavoro, così da rendere possibile per il capitale un più intensivo sfruttamento della forza operaia, senza il rischio di incappare in quella “burocrazia” che tanto rallenta i processi produttivi. E se poi qualche lavoratore (ben più di “qualche” purtroppo) dovesse perdere un dito, una gamba o la vita, vorrà dire che si sarà patriotticamente sacrificato sull'altare del “bene comune”... In ogni caso si può dire che il perno dell’Agenda (e quindi il più importante obbiettivo del prossimo governo) è ancora una volta l'attacco al mondo del lavoro, con annesso aumento della precarietà, della competizione, della produttività.

b. riforma delle pensioni e incentivi ai fondi pensione. Un altro “successo” del Governo Monti – uno dei pochi, visto che non è riuscito a scardinare, come pretendeva, le resistenze corporative di settori come i tassisti o i farmacisti – è rappresentato dalla riforma delle pensioni. Una riforma profondamente ingiusta, che ha innalzato l’età pensionabile e ha reso ancora più miserabili le cifre percepite dalla maggior parte dei pensionati, una riforma che ci ha portato ad essere all’“avanguardia” in Europa. Sbaglieremmo, però, se pensassimo che su questo versante non c'è più nulla da attendersi. Il Governo intende infatti procedere anche sui fondi pensione, e utilizzare questa leva per mettere in circolo liquidità. Infatti uno dei problemi del capitalismo italiano (a differenza di quello che accade negli altri paesi, dove molti degli investimenti vengono effettuati proprio dai fondi pensione), è che tiene immobilizzate quote ingenti di risparmio dei lavoratori.

Oggi la quota di salario che il lavoratore accantona ogni mese per la pensione non è infatti inserita nel circuito speculativo. Qualcosa di simile si potrebbe dire per quella propensione tutta italiana al risparmio, che fa conservare i soldi in banca per arrivare magari all’acquisto di una casa piuttosto che metterli in circolo attraverso l’investimento in titoli, in azioni etc.
A questo proposito bisogna osservare che alcune misure del governo, pur se pensate per fare cassa nell’immediato, giocano anche nella ristrutturazione funzionale al capitale delle abitudini e delle tendenze degli italiani. La riforma delle pensioni spinge così “naturalmente” verso le pensioni integrative – infatti senza “previdenza complementare” come si farà a campare con le pensioni da fame di cui, secondo gli stessi calcoli dell'INPS, “godranno” i lavoratori di oggi? –, e consente di mettere in circolazione capitali, proprio come l'IMU rende meno conveniente comprare una seconda casa per i propri figli. Basta insomma col rifugio del “mattone”: la ricchezza privata italiana deve andare a riversarsi altrove. 

c. costruzione del consenso. Monti sa che la sua ricetta non è di facile digestione per milioni di proletari, e sente quindi in maniera forte la necessità di trovare nuove forme attraverso cui estorcere consenso. Anche perché, con la stretta operata contro alcune frazioni di borghesia (costrette ora a subire controlli antievasione, per quanto blandi,  e destinate a veder ridimensionato il loro ruolo politico nel paese) Monti si preclude il sostegno di quelle categorie a cui parlavano Berlusconi e Lega.

Monti cerca quindi consenso –attraverso l'appello ai giovani, la mitologia delle start up, la centralità del “merito”, l'attacco ai cosiddetti lavoratori garantiti – proprio fra i neolaureati senza speranza, fra gli impiegati nel privato, fra tutti gli incazzati contro i costi della politica .
A mo’ di esempio valga una delle misure di cui si parla nell’Agenda: vengono previste detrazioni in favore delle imprese che assumeranno donne. La giustificazione è nobile: poiché l’Italia è uno dei paesi europei col minor tasso di occupazione femminile, c’è la necessità di far partecipare di più il “sesso debole” al mercato del lavoro… Ma ciò che a prima vista può sembrare una misura in favore delle donne, e in particolare di quelle più scolarizzate, sensibili quindi al tema, e in questo senso cooptabili, è in realtà tutt'altro. Attraverso la leva della detrazione fiscale si vogliono solo fare passare agevolazioni alle imprese che sarebbe molto difficile motivare altrimenti. Soprattutto in un momento in cui il carico fiscale sul lavoro dipendente è a livelli altissimi, e lo stesso Monti deve promettere generici abbassamenti delle tasse.


3. La distruzione di scuola, università e territori

Come detto, Il progetto montiano è ben più di un programma di governo. Vuole fornire le linee guida per una trasformazione più complessiva della società, per cui non può non toccare gli altri gangli vitali del paese.
In questo senso al capitalismo nostrano va fornito un sistema formativo più adeguato alle esigenze del profitto. Si spiega così perché il riferimento per i finanziamenti alle scuole saranno le prove INVALSI. Per fare profitti non serve infatti una cultura come sapere critico, bastano un insieme di nozioni e di pacchetti di programmi da scaricare nella testa degli studenti. Anche per questo il Governo è intervenuto in maniera così radicale sui meccanismi di selezione del corpo docente. Con l’ultimo “concorsone”, infatti, non solo si è giocata una grande partita ideologica e si sono contrapposti i "poveri" fra loro (precari storici vs laureati), ma si è anche selezionata la classe docente in base al "mettere le crocette". Una classe docente così selezionata sarà più pronta a insegnare in modo nozionistico e a comunicare soprattutto l’obbedienza e il rispetto delle gerarchie sociali. A tutto questo va aggiunta la spinta verso gli istituti tecnici e i disincentivi ad andare all’università, bloccando quel meccanismo di mobilità sociale che, fino a qualche decennio fa, incrinava le logiche classiste della nostra società.

Quanto alla ricerca universitaria, viene chiaramente detto che deve essere sempre più finalizzata all'interesse delle aziende multinazionali e persino delle imprese locali. Inoltre i dipartimenti vengono sottoposti a procedimenti valutativi e a meccanismi di rating che li assimilano al funzionamento di uno Stato in lotta contro il debito: meno spendi più sei apprezzato, più attiri investimenti privati più sei virtuoso. In questo senso la “meritocrazia”, non a caso il discorso su cui più insiste Monti, serve proprio a colmare ideologicamente questo spread fra il voler-fare e il non-poter-fare.

Siccome poi l’Agenda sogna lo smantellamento di tutto quello che è pubblico, la sottomissione agli interessi privati di ogni sfera sociale, nel programma di Monti appare chiaramente anche all’attacco ai territori. Che sia il patrimonio immobiliare dello Stato all’interno delle aree metropolitane, o quella campagna che una strada o una ferrovia dovranno attraversare, i territori vanno asserviti alle esigenze dell'accumulazione e della privatizzazione, slegati dal rapporto con i cittadini che vivono quello spazio, e misurati direttamente con il loro valore in termini di capitale reale o potenziale.
Ecco perché nell’Agenda si parla di "dismissione", che poi vuol dire svendita, del patrimonio pubblico ai soliti "prenditori" e palazzinari. Ancora più inquietante è il disegno che sembra intravedersi nella messa all’asta delle proprietà confiscate alla mafia, che vuol dire rimettere in circolo quei beni con la certezza che ritorneranno in mano agli antichi proprietari (nota 9). In entrambi i casi, il desiderio di fare subito cassa di uno Stato “debole” (solo con i ricchi, è chiaro), appare evidente.  
Infine il Governo, anche per evitare nuove Val Susa e l’emergere di nuovi e “destabilizzanti” movimenti come il NO TAV, elimina direttamente alcuni vincoli legislativi per far partire più facilmente i cantieri. Ancora una volta appare la necessità di eliminare tutti quei “lacci e lacciuoli” che impediscono o rallentano la valorizzazione del capitale.


4. Una democrazia autoritaria

È evidente quindi come questo governo rafforzi tendenze autoritarie, anche nella gestione del conflitto sociale. Il colpo di mano contro la magistratura sulla vicenda ILVA, il relegare i sindacati a un ruolo consultivo, il rispondere alle giuste proteste solo con il manganello, interpretandole come questione d'ordine pubblico e non come problema politico, sono esempi significativi. Basti solo pensare agli arresti a Padova per il corteo del 14 novembre, o alle condanne a 6 anni per il corteo del 15 ottobre 2011. Ma si pensi anche ai project bond che vengono finanziati solo se il progetto viene effettivamente compiuto, e quindi rendono la realizzazione di una ferrovia questione di “vita o di morte”, si pensi alle dichiarazioni dei vari ministri, da Severino alla Fornero che da mesi stanno dicendo che, in tempo di crisi, o è così o è così, che non è l'epoca dei diritti, non c'è più tempo per discutere etc.

Non c’è però contraddizione fra questa enfasi repressiva e la ricerca del consenso, anzi: le denunce e le condanne, l’uso di una legislazione emergenziale, vanno perfettamente d’accordo con la rassicurazione e la cooptazione di altri segmenti sociali in quel momento e solo apparentemente esclusi dai provvedimenti. In questo senso, per quanto le forme possano essere differenti, basta andare all’esperienza del fascismo negli anni ’30 o alla Democrazia Cristiana degli anni ’70 per capire che repressione e produzione del consenso procedano a braccetto. La sfida della nostra borghesia oggi è ancora più grossa: è quella di chiudere definitivamente con un’epoca di diritti e compromessi, è quella di incidere non solo sulla struttura sociale e sulla condizione materiale delle classi subalterne, ma sulle relazioni sociali, sulle aspettative di vita e sulle forme istituzionali.


In conclusione: una mission impossible? Forse no

Se questa è la mission che ha assunto questo Stato aziendale (è singolare che tale tratto sia stato sottolineato anche da noti editorialisti borghesi ), il nostro compito, di contrastare a 360° questo progetto, ci potrebbe sembrare una mission impossible. Da un lato infatti c’è una borghesia che, nonostante alcuni ostacoli interni e una difficoltà di rappresentanza politica forte, ha un progetto chiaro in mente, ha individuato i cavalli sui quali puntare per la gestione di questa fase; dall’altro lato ci sono forze di classe frammentate, che mostrano una certa conflittualità a livello locale e vertenziale ma che non riescono ad emergere come soggetto politico coeso capace di pesare a livello nazionale.

Partita chiusa quindi? Noi pensiamo di no. E questo innanzitutto per i segnali che provengono dal campo avverso. Come accennavamo, il nemico di classe non è un corpo omogeneo. Il ritorno di Berlusconi, ad esempio, per quanto destinato alla sconfitta, incarna la protesta di una frazione della borghesia che teme di soffrire – e in parte già soffre – un pesante attacco da parte di Monti e dei suoi sponsor. Sa bene che in gioco è per certi versi la sua stessa sopravvivenza e cerca di resistere con le unghie. D'altra parte, lo stesso Monti ha dovuto fare i conti con la necessità di raggiungere compromessi, di tessere alleanze con soggetti che rappresentano interessi talvolta divergenti con quelli da lui incarnati. Così la velocità dell'azione del governo Monti non è stata massima come ci si poteva aspettare: pause, rallentamenti, marce indietro, ravvedimenti, sono stati all'ordine del giorno anche per il governo dei tecnici e non è assolutamente scontato che lo scenario che verrà fuori dalle urne permetterà loro un’accelerazione eccezionale. Esponenti di spicco dell’ultimo governo, come Passera, si sfilano aspettando tempi migliori, proprio perché sanno che non si è riusciti a fare di Monti quella figura capace di raccogliere i consensi trasversali che gli avrebbero facilitato l'opera di “modernizzazione”, malgrado la sua azione di governo abbia goduto all’inizio della più grande maggioranza parlamentare del paese.

Insomma, c’è ancora tempo, siamo ancora nel pieno di una fase di transizione, in cui possiamo provare a mettere in piedi una resistenza capillare e coordinata. Sta a noi capire come sciogliere l'ingarbugliata matassa di malessere, depressione, voto di protesta, azioni fini a se stesse, lavoratori assai combattivi in ambito vertenziale ma poco presenti come soggetto politico… Lo spazio politico, in astratto, non manca. Testimonianza ne sono anche i tentativi che si sono moltiplicati in fase elettorale di creare soggettività capaci di raccogliere i voti di soggetti variegati, stufi, ma allo stesso tempo disponibili a mettere in gioco la propria intelligenza ed energia. In questo senso individuare le linee che percorrerà l'attacco del prossimo governo secondo noi è solo un piccolo passo per non partire sempre troppo indietro rispetto al nemico di classe. Un passo necessario, ma di certo non sufficiente.

Un sovversivo nell'Accademia



Benedetto Vecchi 
Il vezzo di citare Karl Marx è divenuto una costante da parte di chi, usando una frase del filosofo tedesco, vuole continuare a legittimare le politiche economiche e il modello sociale responsabili della crisi economica che sta ridisegnando la geografia del capitalismo contemporaneo. Povertà diffusa - eufemisticamente qualificata come «declassamento» -, disoccupazione di massa, crescita dell'esercito dei «working poor» regolamentato dalle leggi sulla precarietà: sono elementi che ricordano le pagine del primo libro del Capitale, dove Marx parlava della condizione della classe operaia e di violento processo che accompagnò la rivoluzione industriale. C'è un'amara ironia della storia nel leggere frasi di Marx su magazine alfieri del neoliberismo - «Economist» e «Time» - o nell'ascoltarle in discorsi di personaggi da sempre legati al pensiero neoliberale (l'ultimo in ordine di tempo è stato il presidente dell'eurogruppo Jean-Claude Junker). Ed è solo parzialmente consolatorio apprendere che testi più limpidamente marxisti sono stati nella parte alta delle classifiche delle vendite editoriali (l'ultimo libro di Eric Hobsbawm è stato un vero e proprio caso editoriale in Inghilterra). Ma c'è un elemento che emerge in questo revival marxiano: lo stato dell'arte della riflessione attorno alle opere del filosofo di Treviri.

Il fallimento rimosso
Tolto il progetto, avviato nel 1998, di ripubblicare tutte le opere di Marx da parte di un eterogeneo gruppo di studiosi in base a più rigorosi criteri filologici e temporali rispetto l'acquisita stampa delle opere per tutto il Novecento, la riflessione marxiana è ormai relegata ai margini dell'accademia o a piccoli gruppi intellettuali. Va da sé l'eterogeneità dei contributi, che spesso seguono sentieri tracciati nel Novecento da parte delle tante scuole marxiste, segnalano che l'eredità marxiana non è mai equivoca. In una recente «lezione» tenuta a Bologna nello spazio occupato Bartleby, lo studioso Sandro Mezzadra ha indicato come il «pluralismo» che determina la riflessione attorno a Marx costringe comunque a fare i conti con una attitudine che non solo voleva interpretare il mondo, ma anche trasformarlo (bartley.info). La cassetta degli attrezzi ricavata dalle opere marxiane può certo essere tranquillamente usata nonostante le differenze dentro il marxismo europeo, tra questo e quello sovietico, senza dimenticare gli importanti contributi provenienti dalla Cina o dal continente latinoamericano. Ma non può essere ignorata la pesante, e quasi sempre negativa, eredità proveniente dalle esperienze del socialismo reale. Fare i conti con Marx significa dunque ripercorrere criticamente il «pluralismo» del pensiero marxista - invito fatto già a suo tempo da Hobsbawm - e, contemporaneamente, affrontare le conseguenze del fallimento del socialismo reale, con il suo portato di illibertà e la scia di dolore, negazione dei più elementari diritti individuali che lo ha contraddistinto.
In un celebre passaggio del saggio di Jacques Derrida sugli Spettri di Marx, il filosofo francese affermava che l'autore del Capitale manteneva intatta la sua capacità critica nell'analisi del capitalismo. Il macigno che impediva - Derrida scrive Spettri di Marx nel 1993, cioè nel periodo di ascesa mondiale del neoliberismo - a molti teorici di avvicinarsi all'opera marxiana stava in quella undicesima tesi su Feuerbach, che stabiliva il passaggio dall'interpretazione del mondo alla sua trasformazione. Questo passaggio all'azione inibiva, secondo Derrida, di assumere Marx come un grande filosofo da studiare e piegare ai «misteri» della tardamodernità. La priorità stava nella teoria, non dunque alla prassi.
Ultimamente, è stato pubblicato un volume che analizza le genesi, il clima culturale e politico di chi ha privilegiato la centralità del Marx teorico rispetto al militante. Si tratta del Marxismo culturale ed è stato scritto da Marco Gatto, giovane ricercatore che ha scritto monografie su Edward Said (mimesis edizioni), Fredric Jameson (Rubbettino) e Glenn Gould (Mosaico-Catedrale).
L'assunto analitico da cui parte Gatto è presto riassunto. La sua ricognizione riguarda soprattutto la «ritirata» del marxismo inglese e, per altri versi statunitense, nelle università negli anni Sessanta del Novecento, accettando una spoliticizzazione dei percorsi di ricerca. Questo ingresso del pensiero critico nell'Accademia è nato da un intento condivisibile - innovare la riflessione marxiana e così rompere la cappa costituita dall'egemonia del materialismo dialettico di stampo sovietico -, ma il prezzo da pagare era l'abbandono di qualsiasi ricomposizione tra teoria e prassi. È questo peccato originale che condizionerà gli sviluppi successivi, fino ai giorni nostri, con un giudizio senza appello contro gli «studi culturali» e di tutte le «contaminazioni» del marxismo con altri autori del pensiero critico.
La geografia del marxismo degli anni Sessanta offerta dall'autore è abbastanza scarna. Ci sono i «francesi» - Jean Paul Sartre e Louis Althusser -, i «francofortesi» (Adorno e Horkheimer sono tornati in Germania dopo l'esilio americano), gli italiani, ai quali però è dedicato pochissimo spazio. E poi c'è un piccolo, ma agguerrito gruppo inglese che non milita nel piccolo partito comunista britannico (Eric Hobsbawm è ritenuto un grande storico, ma poco influente dal punto di vista teorico). Il più noto tra loro è Edward Palmer Thompson, che ha lasciato polemicamente il partito comunista nel 1956, quando le truppe del patto di Varsavia entrarono a Budapest per reprimere la rivolta ungherese. Ha scritto già alcuni saggi, dedicati alle figure «epiche» del socialismo non marxista inglese, come William Morris. Accumula dati per costruire un grande affresco sulla formazione della classe operaia inglese che prenderà forma nel 1963, costituendo uno dei libri di riferimento per più generazioni di storici sociali. La sua etorodossia sta nell'offrire una rappresentazione plastica del dualismo della «classe in sé» e della «classe per sé». Il passaggio alla «classe per sé» non è necessariamente mediato né dal partito, né dal sindacato, come invece sostengono molti marxisti «tradizionali», ma risiede nella politicizzazione delle forme di vita, nelle consuetudini della vita quotidiana. Thompson legge i testi dei «francesi» e non ne rimane per niente affascinato, eccetto alcuni saggi di Sartre, laddove sottolinea come la ricerca della libertà parta da quella comunità «in fusione» che ha molti echi nella retorica della working class che domina il movimento operaio inglese. Altro personaggio è sicuramente Raymond Williams, studioso di letteratura inglese, scrittore per diletto di fantascienza e attirato dal rapporto di interdipendenza tra cultura di massa e cultura «alta».
La rilevanza di Williams nella formazione del «marxismo culturale» sta proprio nell'assegnare una centralità alla produzione culturale nella formazione della coscienza di classe e nel pensiero dominante. Lettore di Gramsci, prova ad applicare il concetto di egemonia alla realtà inglese, scrivendo saggi che influenzeranno moltissimo il marxismo europeo degli anni Sessanta e Settanta. Considera i «francesi» troppo astratti, poco interessanti per fornire strumenti teorici alla «classe». La sua diffidenza verso la produzione teorica non ne fa tuttavia un intellettuale fustigatore della prassi teorica. Semmai è interessato a indagare a fondo il modo di produzione culturale, caratterizzato dalla diffusione della radio, della stampa e della televisione.
Marco Gatto ne riconosce il valore di studioso; afferma che i suoi contributi mantengono la capacità critica di svelare come si forma l'egemonia culturale nel capitalismo maturo. Anche la riflessione di Williams sulla cultura popolare come momento «ambivalente»: non subalterno al pensiero dominante, ma neppure come espressione di una resistenza attiva della classe. Il limite, per Gatto, di Williams è il disinteresse per la prassi della classe, cioè per i conflitti, le sue forme di organizzazione. In altri termini, Williams è sì un marxista, ma disinteressato a trasformare il mondo.

Aldi là dell'Atlantico
Il volume non è però solo un saggio di «storia delle idee». L'autore è consapevole di avere a che fare con teorici di indubbio valore. Ne conosce le opere, sa riconoscere le differenze esistenti, ad esempio, nel campo althusseriano. Scrive dei conflitti tra le diverse «scuole marxiste». Così Terry Eagleton, un altro marxista con formazione letteraria, è un intellettuale molto diverso da Perry Anderson, l'unico che conosce e apprezza il marxismo italiano e che cerca di tendere, senza successo, un ponte tra i «francesi», gli italiani e gli inglesi. Ed è proprio Perry Anderson che sottolinea per primo i limiti del «marxismo culturale», che con fortuna si sta facendo strada anche negli Stati Uniti. La traversata dell'Atlantico tuttavia è la parte meno convincente del libro, eccezione fatta per le interessanti pagine dedicate agli ultimi scritti di Frederic Jameson, quando la dialettica di Hegel viene riscoperta come uno strumento «potente» per uscire dalle secche di una prassi accademica che consente eccentricità, ma sempre compatibili con lo status quo.
Ed è proprio la dialettica che Marco Gatto indica come antidoto al «marxismo culturale». Dialettica come chiave di accesso e di comprensione della totalità capitalistica. Ma anche come cassetta degli attrezzi che consente di decrittare il processo in divenire del regime di accumulazione capitalistico. Con uno stile espositivo a tratti apodittico, l'autore invita a considerare chiusa la lunga parentesi che ha messo Karl Marx nelle polverose biblioteche universitarie. È la crisi economica che ha bisogno di ben altri strumenti per essere compresa. Nulla da obiettare. C'è però da dubitare che la «ricomposizione» tra teoria e prassi avvenga dopo aver assegnato alla prassi una rinnovata centralità. Perché così facendo si ripresenta il nodo del rapporto tra struttura e sovrastruttura, che molti marxisti hanno cercato di sciogliere, rimanendo tuttavia imbrigliati in stringenti contraddizioni. C'è semmai da discutere se la teoria non sia essa stessa una prassi, una potenza materiale che si dispiega all'interno dei rapporti sociali di produzione. A lungo richiamati dall'autore, ma mai messi a tema in questo saggio.

Perchè non va anche la seconda agenda



Sergio Parrinello 


…. e dopo la  credibilità riacquistata in Europa e prima di quella al cospetto di Dio, venne la domanda  dal popolo: che cosa hai fatto e prodotto in tredici mesi con il tuo governo che al momento del suo insediamento aveva come agenda (in ordine alfabetico) la crescita, l’equità ed  il rigore ? Gli argomenti di una risposta in difesa-attacco già sentita si  possono riassumere  nella seguente parafrasi in prima persona.
“Ho fatto una politica di risanamento e ho messo in sicurezza l’Italia come fa la  brava guida di montagna in prossimità di un baratro. Soltanto uno sprovveduto poteva credere che perseguendo tale obiettivo prioritario non  si sarebbero sacrificati temporaneamente gli altri. Ho evitato l’arrivo della temuta troika che avrebbe spulciato i nostri conti pubblici e imposto condizioni-capestro. Ho combattuto l’evasione fiscale.  Ho conseguito la  riduzione dello spread ed il governo italiano ha riacquistato prestigio e credibilità”.
Seguono alcune mie riflessioni al riguardo e alla luce della nuova agenda.
Non ho dubbi su una prima  obiezione. Al momento dell’insediamento di quel governo, si è lasciato credere alla maggioranza degli  italiani  che tutti  e tre i comandamenti – crescita, rigore, equità – della sua agenda fossero sullo stesso piano in sede di attuazione e molti hanno pensato che anche certi presunti  corollari,  come occupazione e riduzione del debito pubblico, non  fossero demandati  totalmente a successivi governi. Erano sprovveduti  tutti quegli italiani? Probabilmente lo erano, ma  quel governo con alto patrocinio ha lasciato e fatto  credere che così fosse, previa ammissione che alcune misure temporanee dovevano per necessità essere “impopolari”. Poi è arrivata le seconda agenda, non più in forma dello slogan “crescita, equità, rigore”, ma in venticinque  pagine per un impegno comune. Alla sua pubblicazione ha risposto Renato Brunetta con recensioni sferzanti e con alcune critiche sul piano economico in parte anche condivisibili (“ahimè” devo dire, perché avrei preferito che esse venissero dal polo opposto). Certamente l’alleggerimento delle responsabilità del precedente governo Berlusconi era  molto marcato in quelle recensioni e le rende sospette se ci si chiede dove vogliono arrivare, ma non faremo qui un processo alle intenzioni.
Fa  piacere leggere un documento di intenti articolato, come la seconda agenda,  invece di sentire ripetere fino alla noia slogan del tipo “crescita, equità, rigore”. Però una domanda va fatta all’estensore di quella agenda  e/o ai suoi consiglieri-collaboratori: si tratta di un programma per un futuro indefinito o di un programma elettorale per la prossima legislatura? C’è il richiamo a un’economia sociale di mercato di tedesca memoria e c’è l’indicazione di una strada liberista per la crescita di thacheriana memoria, c’è l’appoggio alle operazioni “militari di pace”  e si spende perfino una parola in ricordo del volontariato. Il primo capitolo dell’agenda contiene l’esortazione “contro ogni populismo”, ma quando sono arrivato alla fine del documento mi sono chiesto se proprio il contenuto dell’agenda non sia un segno di smaccato  populismo, sebbene  in stile forbito,  lanciato come una rete di pesca a destra e a sinistra, oltre che al centro. Non so quante volte, ma tante, leggendo l’agenda ho trovato l’espressione “bisogna” e di seguito un obiettivo da raggiungere. Tuttavia qui la chiarezza sui tempi e sulla compatibilità dei disparati obiettivi diventa cruciale. Un elettore  non sprovveduto si aspetterebbe una indicazione e quantificazione  di quanto rigore, di quanta crescita e di quanta equità quel governo si impegni a realizzare negli anni della propria legislatura e con quali mezzi, in relazione a plausibili scenari internazionali. Non credo che a tale elettore  interessi una discussione su un impegno comune per realizzare un mondo migliore (anche se non è un libro dei sogni) in tempi generici. Gli interessa evitare in tutti i modi leciti, anche rimettendo in discussione i trattati e lo sciagurato nuovo articolo della Costituzione che impone il pareggio di bilancio,  un ristagno economico ed un continuo degrado sociale dell’Italia che  si intravedono,  diciamolo chiaramente, per il prossimo decennio al perdurare delle politiche di austerità.
Evitiamo la magia di certe parole e di certe immagini.  Anche la Spagna ha visto ridurre lo spread e i suoi leader sono accolti a Bruxelles senza risolini.  E’  allora “risanato” quel paese? Si è risanata  l’Italia in quest’ ultimo anno ed è pronta a ripartire? Agli elettori e, purtroppo, ai mercati spettano le rispettive ardue sentenze, non alle visioni ottimistiche di una luce in fondo al tunnel. Corruzione, evasione fiscale ed un  certo tipo di finanza sono  mali contro cui si oppone la seconda agenda, additando la loro correzione come precondizione per la crescita. Corruzione ed evasione fiscale esistevano però in Italia prima, durante e dopo il miracolo economico del dopoguerra. Corruzione c’è in India e c’è in Cina oggi e ciò non ha impedito né impedisce per ora  una crescita impressionante delle economie di questi paesi. Credo che la riduzione di quei mali  sia un  obiettivo altamente meritevole ma,  al di la’ del necessario controllo e riduzione della criminalità organizzata, non vedo una stretta correlazione fra corruzione-evasione-mala finanza e mancata  crescita.
Esprimo infine alcune speranze, forse pii desideri, ed alcune fondate insinuazioni. Spero che quei poteri abbastanza forti che stanno dietro  la vergognosa occupazione degli spazi televisivi (oltre ai canali RAI 1-2 e Mediaset ora anche i telegiornali di canale 7, Rainews24 e Rai 3) e dei quotidiani più blasonati,  a cui assistiamo in questi giorni, abbiano sopravvalutato il numero degli elettori sprovveduti.  Spero che la gente cambi canale  quando sente  notiziari al limite della schizofrenia, dove nella prima parte si sprecano interventi  basati su indimostrabili controfattuali del tipo “se il governo non avesse  attuato la sua politica del rigore, saremmo caduti nel baratro”, mentre nella seconda parte si forniscono con commozione le statistiche impressionanti sulla disoccupazione crescente, sulle imprese che falliscono e sui consumi in calo, come se non esistesse un nesso fra quella politica e tali effetti. Questo cambio di canale sarebbe sì un proficuo  “silenziare”, invece di quello che è stato raccomandato nei confronti di  certe ali invise.  Spero che gli italiani non si facciano intimidire da quel terrorismo verbale, né dall’ascesa in campo dell’Osservatore Romano, né impressionare da atteggiamenti arroganti o puramente mediatici: l’incedere ecclesiastico a piccoli passi, le movenze ieratiche della mani, il sorriso sdegnoso con bocca leggermente piegata all’ingiù, qualche parola in inglese che fa molto gran mondo dell’economia per i poveri allocchi, le battute non tanto sottili da goliardia meneghina.
Io non credo che la coalizione che si presenta all’elettorato sbandierando quell’agenda piena di seducenti obiettivi sia in grado, attraverso una nuova e più grande coalizione postelettorale, di attuare quegli obiettivi  prioritari  che la maggioranza del  popolo italiano condivide e che sono sussunti dal binomio crescita-equità, lasciando che il rigore e l’austerità siano trattati come discutibili strumenti da demandare al dibattito scientifico-ideologico. Naturalmente tutte le alleanze post-elettorali sono immaginabili. Apparentemente, la coalizione portatrice della seconda agenda si presenta alle elezioni con la premessa “chi ci sta ci sta” con quell’elenco di meravigliosi obiettivi in essa contenuti, ma allo stesso tempo l’agenda si apre e si chiude come una fisarmonica all’approssimarsi delle elezioni.  Per esempio la politica del rigore ivi enunciata  viene edulcorata  in fase elettorale da promesse di alleggerimenti e ristrutturazioni  fiscali, come l’IMU sulla prima casa da redistribuire a favore dei Comuni ma, come si dice, a saldi invariati per le tasche dei cittadini. Sappiamo anche che  quella coalizione è  pronta ad allearsi, naturalmente per il “bene del Paese”,  con il partito che uscirà vincitore relativo alle prossime elezioni,  nella presunzione che esso al Senato avrà bisogno di numeri e che dichiari l’adesione alla seconda agenda.  Poi,  grazie alla natura di agenda-fisarmonica,  si addiverrà a qualche suo ritocco chè sarà necessario per salvare la faccia nei confronti dei rispettivi elettori. Sappiamo infine  che molti, appartenenti a quel probabile vincitore, stanno facendo un pensierino al riguardo…. Per ora guardiamo ai fatti, cerchiamo di ragionare con calma e non lasciamoci intimorire da chi annuncia l’apocalisse se  prevarrà il “populismo” delle forze politiche che intendono contribuire, non solo con messaggi elettorali, ad un tipo di Europa diverso da quello attuale. Certamente siamo un paese democratico con le frontiere aperte  e nulla impedisce ai suoi cittadini di arrendersi e di emigrare altrove, anche grazie alla  maggiore flessibilità in uscita del mercato del lavoro. Un ritorno, dopo decenni, all’emigrazione coinvolgerebbe  tutte le categorie di capitale umano . Cerchiamo di evitarlo.

Foucault per tutti. Lezioni di critica al neoliberismo


di Marco Assennato

A metà degli anni ’70 Franco Fortini dedicò qualche pagina pungente all’impresa teorica del giovane Cacciari – si tratta più o meno dell’epoca di Krisis – impegnato allora a sdoganare Nietzsche e Wittgenstein dalla reazione idealistica e però, allo stesso tempo, deciso a ripiegare la potenza ermeneutica del pensiero della crisi sugli algidi orizzonti dell’analitica weberiana. Seppure timido rispetto a questi autori, Fortini ben colse già allora, il tentativo di apparecchiare un Nietzsche per tutti, buono per consolare i sacerdoti della pianificazione capitalista e carezzare i desideri sovversivi dei giovani filosofi. L’approccio di Cacciari fu allora descritto come un saggio immancabile di chi vuole ad un tempo dirsi belva e compagno: internazionalista e rivoluzionario certo, ma solo come sanno esserlo gli agenti delle multinazionali della finanza. È curioso notare come si ripresenti ad ogni tornante critico questa posa ambigua: antiaccademica ma d’ordine, coraggiosa nell’immaginare il futuro ma solo in quanto coincide col presente, tecnocratica ma certo infinitamente più sottile e forte di ogni nostalgia gauchiste, d’ogni amore per tutto ciò che é Stato.
Era certo, quello lì, un altro mondo. Eppure quella tattica teorica vale ancora: si prenda un autore, o un quadro teorico, potenzialmente produttivo, foss’anche e soltanto sul piano metodologico; se ne accentuino i caratteri critici, fino a darne una lettura sovversiva; e poi però la si ripieghi indietro – come la testa del ben conosciuto angelo di Klee – così che possa, allora mettiamo Nietzsche e oggi poniamo un Foucault o un Deleuze, esser masticato con gusto dai palati più raffinati dei tecnocrati e dei governi.
Confezionato in tal modo, il pacchetto è perfetto per le accedemie d’ogni angolo del globo, sufficientemente critico epperò debitamente spuntato. Così avanzano oggi le letture liberali di Foucault. E non le più volgari e bolse, quelle che vorrebbero un Foucault solo scettico e non politico, uomo di morale libertaria ma incapace di pensare sul piano generale della società o della produzione di soggettività (esempi non ne mancano). Ma quelle appunto più sottili: dedicate ad apparecchiare, come già per Nietzsche, appunto, un Foucault per tutti, che affascini ma non disturbi. Mi pare sia il caso dell’ultimo libro di Geoffroy de Lagasnerie, La dernière leçon de Michel Foucault. Sur le néolibéralisme, la théorie et la politique, appena pubblicato da Fayard e classificatosi tra “i 5 testi più importanti per le scienze umane” in Francia. Vale forse la pena, dunque, di accarezzare il filo del discorso di questo libro di successo, per poi passarlo in contropelo.
La premessa dell’autore è incontestabile e paradossale. Incontestabile la decisione di partire dal corso di Foucault al Collège de France intitolato Naissance de la biopolitique per reinventare una politica radicale e libertaria. Incontestabile il posizionamento: per farlo bisogna innanzitutto spiegare la scelta di Foucault diversamente rispetto a coloro che vi vedono pulsioni liberali o l’intento di se droitiser. Eppure paradossale perché la chiave che sceglie l’autore è quella della fascinazione. Foucault sarebbe stato affascinato dal neoliberismo (o neoliberalismo per stare al testo) dei vari Hayek, Nozick, Menger, von Mises, Becker poiché lo scavo filosofico di questi autori costituisce una tattica teorica in grado di produrre una offensiva contro la società disciplinare. Così ciò che si fa uscire dalla porta – Foucault liberale – rientra dalla finestra. Tanto più è paradossale, questo schema, in quanto l’intera introduzione del libro è dedicata, giustamente, a ricordare il metodo di Marx, qui accostato a Foucault: nella sua Critica al programma di Gotha del 1875, la vecchia talpa rompeva con ogni critica precapitalista del capitalismo, riconoscendo la borghesia e il capitale come forze rivoluzionarie, innovative, produttive. Allo stesso modo, dice Lagasnerie, Foucault vuole rompere con ogni critica preliberale del neoliberalismo. Del resto, si potrebbe aggiungere, già nel 1848 Marx aveva spiegato nel suo Discorso sul libero scambio come al superamento del capitalismo si possa arrivare solo attraverso il pieno dispiegarsi dei suoi effetti, che sono sempre e ad un tempo positivi e negativi. Infatti, puntualizzava Marx, «non per il fatto di dirsi nemici del regime costituzionale ci si dice amici dell’antico regime». Solo bisogna discernere le politiche materialmente conservatrici da quelle distruttive di antichi ordini, capaci di spingere all’estremo l’antagonismo di classe. Ed è solo in questo senso, rivoluzionario, che ci si può collocare nella direzione dello sviluppo delle forze produttive. Insomma il Moro sapeva bene che la critica non esiste in quanto reazione ma solo inscrivendosi nella tendenza dell’ampliamento della base produttiva al fine di radicalizzarne le potenzialità: si parte sempre da ciò che il capitale ha inventato ma per riattivarne la potenza, rigenerarne la forza rivoluzionaria e dunque trasformarlo completamente. Gli operaisti dicevano dentro e contro. Epperò pare duro da digerire, questo approccio: che vale certo per Marx come per Foucault. Ed è lontanissimo dalla fascinazione quanto il semplice realismo dallo smarrimento dei sensi. Ma in effetti sempre a fascinazione si tenta di ridurre quel metodo: quante volte abbiamo letto e ci tocca di leggere della possibile trasformazione dell’eresia postoperaista in una filosofia liberale di (estrema) sinistra?
Il saggio di Lagasnerie, estremamente chiaro e completo, procede piano e senza increspature. Foucault, dice l’autore, vuole liberare il pensiero radicale da ogni nostalgia, e ciò è fondamentale per tutti noi oggi. Al neoliberismo non si possono opporre le retoriche della perdita dell’ordine e dell’unità, della delusione per la distruzione d’ogni trascendenza: nostalgie di Stato, Costituzione, Industria. Bisogna innanzitutto individuarne la specificità, vedere cosa il neoliberismo innova, cosa produce poiché «solo questa attitudine permette di concepire una contestazione al neoliberalismo che non gli opponga ciò che esso ha già distrutto». Ineccepibile. E di più: la lezione dell’approccio foucaltiano consiste nel cercare la potenza innovativa del neoliberismo, descrivere le pratiche politiche e discorsive, le tecniche di emancipazione che sono liberate dal dispositivo neoliberale ma che quello stesso sistema non riesce a rendere effettive. E come dargli torto? In nulla, qui, possiamo contestare l’analisi. Che Foucault si preoccupi – sempre per altro – di vedere quali nuove esigenze democratiche, culturali, sociali, quali nuovi rapporti alla violenza, alla morale, alla diversità, emergono nelle diverse età, pare semplice buon senso: ma proprio perché si tratta di definire, in particolare in questo corso sulla biopolitica, come funziona il dispositivo neoliberale, che rapporto costruisce rispetto alle soggettività, come si riposizionano i micropoteri all’interno di questo nuovo ordine del discorso. Questo semplice, secondo passaggio, viene da Lagasnerie, semplicemente omesso. Ed il gioco allora diventa semplice.
Semplice diventa allora ricordare che Hayek aveva di mira lo Stato e la pretesa di governare tutto, tutto pianificare, e accostare questo punto di vista alla critica dei sistemi disciplinari che attraversa per intero l’opera di Foucault. Semplice riferirsi al taglio libertario di Nozick, e più in generale alla legittima aspirazione dei neoliberisti di riprendere un discorso capace di guardare al futuro, di contestare il monopolio socialista dell’utopia e dell’immaginazione. Ma è in questo senso che Foucault descrive il neoliberismo come una “utopia”? o non è forse perché, nella pretesa di non governare troppo, nell’estensione del mercato a tutta la realtà, Foucault distingue minuziosamente una nuova forma di governamentalità, un intervento massiccio del potere sulla società in tutto il suo spessore e lungo ogni nodo della sua trama? Ovvero: un movimento contraddittorio che, lungi dal rappresentare la tattica possibile contro l’assoggettamento proprio di ogni società disciplinare, definisce una nuova forma di controllo sulle singolarità? Foucault qui è affascinato dalle luci del neoliberismo o sta definendo – come lascerebbe presagire già soltanto il titolo delle sue lezioni – l’emergere della biopolitica, ovvero del modo in cui il potere si trasforma al fine di governare gli individui ben oltre le tecniche disciplinari? Non si tratta forse qui di analizzare l’emergere di una economia politica della vita in generale, al fine di ricollocare poi nel lavoro, nei linguaggi, nei corpi, nei desideri, le linee di produzione di soggettività, contro-poteri che – questi sì – possono determinare spazi di libertà contro l’assoggettamento del biopotere neoliberale?
Bisogna insomma capire se Foucault sta qui definendo l’emergere di un nuovo dispositivo, successivo a quello disciplinare e dunque una nuova relazione alle soggettività agenti. O no. E si tratta di decidere sullo statuto teoretico di questi due termini: dispositivo e soggettività. Ma questo esercizio non appassiona Lagasnerie: perché se solo si occupasse di questi termini, tutto il suo discorso crollerebbe come un castello di carte. Eppure, grazie a questa macchia cieca, l’autore può dedicarsi ad articolare sempre più a fondo la coppia neoliberismo-critica delle società disciplinari (e della ragion di Stato): cos’altro è il pensiero neoliberale se non una critica dell’universalismo illuministico, ovvero della linea Rousseau-Kant-Rawls? Un contro-illuminismo che s’oppone a chi pensa «l’edificazione di una entità sopra-individuale che implicherebbe (…) la necessità di far esistere un quadro trascendente sulla pluralità dei giochi e degli interessi particolari», questo è, secondo Lagasnerie, il pensiero neoliberalista. Una strategia di valorizzazione del «disordine e dell’immanenza» contro ogni pensiero dell’unità e della totalizzazione, un pensiero della «pluralità» più che della «libertà» capace di mettere in scacco tutte le «concezioni hegeliane e dialettiche». Ora l’unico polo opposto alle istanze totalizzanti, sovrane e trascendenti del potere, secondo  Lagasnerie, è la «forma mercato». Così immanenza, singolarità, pluralità, differenza, disordine ripiegano sul mercato contro lo Stato, polarità dell’ordine, della trascendenza, dell’unità, della totalità. Ed è questo che avrebbe «sedotto» Foucault. E del resto, si chiede l’autore, non coincide questa critica dell’universalismo illuministico, con la critica foucaultiana del marxismo e della psicanalisi (stavolta, lo spettro di Marx che era stato fatto entrare dalla porta è gettato via dalla finestra)? Non è forse l’idea di una società eterogenea e plurale che rende impossibile ogni amministrazione centralizzata, e si fonda sul conflitto permanente, su differenze non conciliabili, su lotte multiple e conflitti settoriali che preoccupa Hayek per tutta la sua vita e che interessa Foucault? La pluralità e la differenza, sottolinea qui l’autore, sono le questioni in gioco per ogni politica che sappia opporsi all’idea di un «comune-a-venire». Vien da dire, col sorriso: dev’essere vero che siamo parlati dal linguaggio. E d’aggiungere, parafrasando il Marx del 1848, «ma dal fatto di dirsi nemici d’ogni antico regime come delle vecchie costituzioni non consegue che siamo amici del mercato».
La chiusa del libro, infine, si concentra sull’analisi del rapporto tra homo œconomicus e psicologia: cioé sull’analisi che Foucault dedica al lavoro di Gary Becker sulla criminalità. Qui, ancora una volta, secondo l’autore, è l’impianto neoliberista, esterno alle distinzioni tra normale e anormale, che interessa Foucault come strumento che apre la strada alla decostruzione del discorso psichiatrico e del discorso disciplinare classico. L’approccio neoliberista produce «una politicizzazione della quasi totalità delle dimensioni dell’esistenza» e «destabilizza l’insieme del sistema penale (…) che si regge sulla patologizzazione del criminale». Perciò Foucault vedrebbe nell’homo œconomicus neoliberista «una istanza di critica radicale dei fondamenti dell’esercizio del potere disciplinare». Evidentemente Lagasnerie è alla ricerca di un approccio individualistico ma non repressivo, libertario. Ed è l’individualismo la cifra profonda di ogni lettura liberale di Foucault. Riduciamo prima al dispositivo neoliberalista ogni critica della governamentalità, e poi cerchiamo nell’individuo atomizzato la forma della soggettività agente. La produzione di sé viene piegata alla forma dell’ homo œconomicus di Becker e compagnia. Ed è attraverso questo esempio che il rapporto di Foucault al neoliberismo riceve la sua silloge finale. No, il filosofo del Collége de France non stava virando a destra in quegli anni, ma stava scoprendo nel neoliberismo un «punto d’appoggio» possibile per l’elaborazione di pratiche critiche. Mi pare si possa dir poco di questa ipotesi, se non rivolgere a Lagasnerie la domanda retorica con la quale Foucault si avviava alla conclusione del suo corso sulla biopolitica, nella lezione del 28 marzo 1979:
«Est-ce que l’homo œconomicus, c’est un atome de liberté en face de toutes les conditions, de toutes les entreprises, de toutes les législations, de tous les interdits d’un gouvernement possible, ou est-ce que l’homo œconomicus n’était pas déjà un certain type de sujet qui permettait justement à un art de gouverner de se régler selon le principe de l’économie – (…) dans le deux sens du mot: économie au sens d’économie politique et économie au sens de restriction, autolimitation, frugalité du gouvernement?»
Foucault chiosava sottolineando il carattere retorico della domanda e dedicava la fine del suo corso all’antropologia neoliberista come «elemento di base della nuova ragione governamentale». Sono le pagine, bellissime, dedicate alla mano invisibile, all’economia come scienza opaca, senza dio né sovrano: pagine certo a tutti note. Resta a questo punto la piena legittimità di volersi dire, ieri come oggi, anarchici e accademici, radicali e liberisti come Lagasnerie. Basta sapere che l’ultima lezione di Foucault, non era buona per tutti, come ogni critica efficace.

La black list che i tarantini non dimenticheranno


Il voto parlamentare aveva lo scopo di dissequestrare gli impianti che la Procura di Taranto aveva sequestrato in quanto reputati dannosi per la salute dei cittadini e dei lavoratori e per l'ambiente, sulla base di perizie della magistratura e di un incidente probatorio a cui avevano potuto partecipare anche i periti dell'Ilva. Sulla base di queste ricerche ambientali ed epidemiologiche si è appurato un eccesso di mortalità pari a trenta decessi annui, che gli esperti della Procura attribuiscono alle emissioni industriali. La black list è formata dai deputati che hanno votato per il decreto del governo che limita le prerogative della magistratura in tema di sequestro degli impianti in stabilimenti (come l'Ilva) ritenuti di interesse strategico per la nazione.

ABELLI GIAN CARLO Favorevole
ABRIGNANI IGNAZIO Favorevole
ADORNATO FERDINANDO Favorevole
AGOSTINI LUCIANO Favorevole
ALBINI TEA Favorevole
ALBONETTI GABRIELE Favorevole
ALFANO GIOACCHINO Favorevole
AMICI SESA Favorevole
ANTONIONE ROBERTO Favorevole
ARGENTIN ILEANA Favorevole
ASCIERTO FILIPPO Favorevole
BACHELET GIOVANNI BATTISTA Favorevole
BALDELLI SIMONE Favorevole
BARANI LUCIO Favorevole
BARBI MARIO Favorevole
BARBIERI EMERENZIO Favorevole
BARETTA PIER PAOLO Favorevole
BECCALOSSI VIVIANA Favorevole
BELCASTRO ELIO VITTORIO Favorevole
BENAMATI GIANLUCA Favorevole
BERARDI AMATO Favorevole
BERNINI ANNA MARIA Favorevole
BERTOLINI ISABELLA Favorevole
BIASOTTI SANDRO Favorevole
BIAVA FRANCESCO Favorevole
BINETTI PAOLA Favorevole
BOBBA LUIGI Favorevole
BOCCHINO ITALO Favorevole
BOCCI GIANPIERO Favorevole
BOCCIARDO MARIELLA Favorevole
BOCCUZZI ANTONIO Favorevole
BOFFA COSTANTINO Favorevole
BONCIANI ALESSIO Favorevole
BONGIORNO GIULIA Favorevole
BONIVER MARGHERITA Favorevole
BORDO MICHELE Favorevole
BOSI FRANCESCO Favorevole
BOSSA LUISA Favorevole
BRAGA CHIARA Favorevole
BRANCHER ALDO Favorevole
BRANDOLINI SANDRO Favorevole
BRESSA GIANCLAUDIO Favorevole
BRIGUGLIO CARMELO Favorevole
BRUGGER SIEGFRIED Favorevole
BRUNETTA RENATO Favorevole
BRUNO DONATO Favorevole
BUCCHINO GINO Favorevole
BURTONE GIOVANNI MARIO SALVINO Favorevole
CALABRIA ANNAGRAZIA Favorevole
CALDERISI GIUSEPPE Favorevole
CALEARO CIMAN MASSIMO Favorevole
CALGARO MARCO Favorevole
CALVISI GIULIO Favorevole
CAMBURSANO RENATO Favorevole
CANNELLA PIETRO Favorevole
CAPANO CINZIA Favorevole
CAPITANIO SANTOLINI LUISA Favorevole
CAPODICASA ANGELO Favorevole
CARDINALE DANIELA Favorevole
CARFAGNA MARIA ROSARIA Favorevole
CARLUCCI GABRIELLA Favorevole
CARRA ENZO Favorevole
CARRA MARCO Favorevole
CASINI PIER FERDINANDO Favorevole
CASSINELLI ROBERTO Favorevole
CASTAGNETTI PIERLUIGI Favorevole
CASTELLANI CARLA Favorevole
CASTIELLO GIUSEPPINA Favorevole
CATANOSO BASILIO Favorevole
CAUSI MARCO Favorevole
CAVALLARO MARIO Favorevole
CAZZOLA GIULIANO Favorevole
CECCACCI RUBINO FIORELLA Favorevole
CENNI SUSANNA Favorevole
CENTEMERO ELENA Favorevole
CERA ANGELO Favorevole
CERONI REMIGIO Favorevole
CESA LORENZO Favorevole
CESARIO BRUNO Favorevole
CESARO LUIGI Favorevole
CICCANTI AMEDEO Favorevole
CICCHITTO FABRIZIO Favorevole
CICCIOLI CARLO Favorevole
CICU SALVATORE Favorevole
CIMADORO GABRIELE Favorevole
CIRIELLO PASQUALE Favorevole
CODURELLI LUCIA Favorevole
COLANINNO MATTEO Favorevole
COLOMBO FURIO Favorevole
COLUCCI FRANCESCO Favorevole
COMPAGNON ANGELO Favorevole
CONCIA ANNA PAOLA Favorevole
CONSOLO GIUSEPPE Favorevole
CONTE GIANFRANCO Favorevole
CONTE GIORGIO Favorevole
COSENZA GIULIA Favorevole
COSSIGA GIUSEPPE Favorevole
COSTA ENRICO Favorevole
CRAXI STEFANIA GABRIELLA ANASTA Favorevole
CRIMI ROCCO Favorevole
CUOMO ANTONIO Favorevole
CUPERLO GIOVANNI Favorevole
DAL MORO GIAN PIETRO Favorevole
DAMIANO CESARE Favorevole
D'ANNA VINCENZO Favorevole
D'ANTONA OLGA Favorevole
D'ANTONI SERGIO ANTONIO Favorevole
DE ANGELIS MARCELLO Favorevole
DE BIASI EMILIA GRAZIA Favorevole
DE CORATO RICCARDO Favorevole
DE GIROLAMO NUNZIA Favorevole
DE MICHELI PAOLA Favorevole
DE NICHILO RIZZOLI MELANIA Favorevole
DE PASQUALE ROSA Favorevole
DE POLI ANTONIO Favorevole
DE TORRE MARIA LETIZIA Favorevole
DELFINO TERESIO Favorevole
DELLA VEDOVA BENEDETTO Favorevole
DELL'ELCE GIOVANNI Favorevole
DI BIAGIO ALDO Favorevole
DI CAGNO ABBRESCIA SIMEONE Favorevole
DI CATERINA MARCELLO Favorevole
DI CENTA MANUELA Favorevole
DI VIRGILIO DOMENICO Favorevole
D'INCECCO VITTORIA Favorevole
DIONISI ARMANDO Favorevole
D'IPPOLITO VITALE IDA Favorevole
DISTASO ANTONIO Favorevole
DIVELLA FRANCESCO Favorevole
DONADI MASSIMO Favorevole
DUILIO LINO Favorevole
ESPOSITO STEFANO Favorevole
FABBRI LUIGI Favorevole
FADDA PAOLO Favorevole
FAENZI MONICA Favorevole
FALLICA GIUSEPPE Favorevole
FARINA GIANNI Favorevole
FARINA RENATO Favorevole
FARINONE ENRICO Favorevole
FIANO EMANUELE Favorevole
FIORIO MASSIMO Favorevole
FIORONI GIUSEPPE Favorevole
FLUVI ALBERTO Favorevole
FOGLIARDI GIAMPAOLO Favorevole
FONTANELLI PAOLO Favorevole
FORCIERI GIOVANNI LORENZO Favorevole
FORMICHELLA NICOLA Favorevole
FORMISANO ANIELLO Favorevole
FORMISANO ANNA TERESA Favorevole
FOTI ANTONINO Favorevole
FOTI TOMMASO Favorevole
FRANCESCHINI DARIO Favorevole
FRASSINETTI PAOLA Favorevole
FRATTINI FRANCO Favorevole
FRONER LAURA Favorevole
FUCCI BENEDETTO FRANCESCO Favorevole
GALLETTI GIAN LUCA Favorevole
GALLI DANIELE Favorevole
GARAGNANI FABIO Favorevole
GARAVINI LAURA Favorevole
GAROFALO VINCENZO Favorevole
GAROFANI FRANCESCO SAVERIO Favorevole
GATTI MARIA GRAZIA Favorevole
GAVA FABIO Favorevole
GENTILONI SILVERI PAOLO Favorevole
GHIGLIA AGOSTINO Favorevole
GHIZZONI MANUELA Favorevole
GIACHETTI ROBERTO Favorevole
GIACOMELLI ANTONELLO Favorevole
GIACOMONI SESTINO Favorevole
GIAMMANCO GABRIELLA Favorevole
GIBIINO VINCENZO Favorevole
GINEFRA DARIO Favorevole
GINOBLE TOMMASO Favorevole
GIOVANELLI ORIANO Favorevole
GIRO FRANCESCO MARIA Favorevole
GIULIETTI GIUSEPPE Favorevole
GOLFO LELLA Favorevole
GOTTARDO ISIDORO Favorevole
GOZI SANDRO Favorevole
GRANATA BENEDETTO FABIO Favorevole
GRASSI GERO Favorevole
GRAZIANO STEFANO Favorevole
GRIMALDI UGO MARIA GIANFRANCO Favorevole
IANNACCONE ARTURO Favorevole IANNARILLI ANTONELLO Favorevole
IANNUZZI TINO Favorevole
LA FORGIA ANTONIO Favorevole
LA LOGGIA ENRICO Favorevole
LA MALFA GIORGIO Favorevole
LABOCCETTA AMEDEO Favorevole
LAGANA' FORTUGNO MARIA GRAZIA Favorevole
LAINATI GIORGIO Favorevole
LAMORTE DONATO Favorevole
LANDOLFI MARIO Favorevole
LANZILLOTTA LINDA Favorevole
LARATTA FRANCESCO Favorevole
LAZZARI LUIGI Favorevole
LEHNER GIANCARLO Favorevole
LENZI DONATA Favorevole
LEO MAURIZIO Favorevole
LEONE ANTONIO Favorevole
LEVI RICARDO FRANCO Favorevole
LIBE' MAURO Favorevole
LISI UGO Favorevole
LO MONTE CARMELO Favorevole
LORENZIN BEATRICE Favorevole
LOSACCO ALBERTO Favorevole
LOVELLI MARIO Favorevole
LUCA' MIMMO Favorevole
LULLI ANDREA Favorevole
LUNARDI PIETRO Favorevole
LUSETTI RENZO Favorevole
MADIA MARIA ANNA Favorevole
MALGIERI GENNARO Favorevole
MANCUSO GIANNI Favorevole
MANNINO CALOGERO Favorevole
MANNUCCI BARBARA Favorevole
MANTINI PIERLUIGI Favorevole
MARAN ALESSANDRO Favorevole
MARANTELLI DANIELE Favorevole
MARCHI MAINO Favorevole
MARCHIGNOLI MASSIMO Favorevole
MARCHIONI ELISA Favorevole
MARIANI RAFFAELLA Favorevole
MARINELLO GIUSEPPE FRANCESCO MARIA Favorevole
MARINI CESARE Favorevole
MARROCU SIRO Favorevole
MARSILIO MARCO Favorevole
MARTELLA ANDREA Favorevole
MARTINO PIERDOMENICO Favorevole
MASTROMAURO MARGHERITA ANGELA Favorevole
MATTESINI DONELLA Favorevole
MAZZARELLA EUGENIO Favorevole
MAZZONI RICCARDO Favorevole MAZZUCA GIANCARLO Favorevole
MELIS GUIDO Favorevole
MELONI GIORGIA Favorevole
MENIA ROBERTO Favorevole
MEREU ANTONIO Favorevole
MERLO GIORGIO Favorevole
META MICHELE POMPEO Favorevole
MIGLIOLI IVANO Favorevole
MILANATO LORENA Favorevole
MILANESE MARCO MARIO Favorevole
MILO ANTONIO Favorevole
MINARDO ANTONINO Favorevole
MINASSO EUGENIO Favorevole
MINNITI MARCO Favorevole
MIOTTO ANNA MARGHERITA Favorevole
MISIANI ANTONIO Favorevole
MISITI AURELIO SALVATORE Favorevole
MISTRELLO DESTRO GIUSTINA Favorevole
MISURACA DORE Favorevole
MOFFA SILVANO Favorevole
MOGHERINI REBESANI FEDERICA Favorevole
MONDELLO GABRIELLA Favorevole
MORASSUT ROBERTO Favorevole
MORONI CHIARA Favorevole
MOSCA ALESSIA MARIA Favorevole
MOSELLA DONATO RENATO Favorevole
MOTTA CARMEN Favorevole
MOTTOLA GIOVANNI CARLO FRANCESCO Favorevole
MURER DELIA Favorevole
MURGIA BRUNO Favorevole
MURO LUIGI Favorevole
MUSSOLINI ALESSANDRA Favorevole
NACCARATO ALESSANDRO Favorevole
NANNICINI ROLANDO Favorevole
NAPOLI ANGELA Favorevole
NAPOLI OSVALDO Favorevole
NARDUCCI FRANCO Favorevole
NARO GIUSEPPE Favorevole
NASTRI GAETANO Favorevole
NICCO ROBERTO ROLANDO Favorevole
NICOLUCCI MASSIMO Favorevole
NIRENSTEIN FIAMMA Favorevole
NIZZI SETTIMO Favorevole
NOLA CARLO Favorevole
NUCARA FRANCESCO Favorevole
OCCHIUTO ROBERTO Favorevole
OLIVERIO NICODEMO NAZZARENO Favorevole
ORLANDO ANDREA Favorevole
OSSORIO GIUSEPPE Favorevole
PAGANO ALESSANDRO SARO ALFONSO Favorevole
PALADINI GIOVANNI Favorevole
PALMIERI ANTONIO Favorevole
PANIZ MAURIZIO Favorevole
PARISI ARTURO MARIO LUIGI Favorevole
PARISI MASSIMO Favorevole
PATARINO CARMINE SANTO Favorevole
PEDOTO LUCIANA Favorevole
PELINO PAOLA Favorevole
PELUFFO VINICIO GIUSEPPE GUIDO Favorevole
PEPE MARIO (MISTO) Favorevole
PEPE MARIO (PD) Favorevole
PERINA FLAVIA Favorevole
PESCANTE MARIO Favorevole
PETRENGA GIOVANNA Favorevole
PEZZOTTA SAVINO Favorevole
PIANETTA ENRICO Favorevole
PICCHI GUGLIELMO Favorevole
PICCOLO SALVATORE Favorevole
PICIERNO PINA Favorevole
PIONATI FRANCESCO Favorevole
PISACANE MICHELE Favorevole
PISICCHIO PINO Favorevole
PISO VINCENZO Favorevole
PITTELLI GIANCARLO Favorevole
PIZZETTI LUCIANO Favorevole
PIZZIMBONE PIER PAOLO Favorevole
PIZZOLANTE SERGIO Favorevole
POLI NEDO LORENZO Favorevole
POLIDORI CATIA Favorevole
POLLASTRINI BARBARA Favorevole
POMPILI MASSIMO Favorevole
PORCINO GAETANO Favorevole
PORCU CARMELO Favorevole
PORFIDIA AMERICO Favorevole
PORTAS GIACOMO ANTONIO Favorevole
PRESTIGIACOMO STEFANIA Favorevole
PROIETTI COSIMI FRANCESCO Favorevole
PUGLIESE MARCO Favorevole
QUARTIANI ERMINIO ANGELO Favorevole
RAISI ENZO Favorevole RAMPELLI FABIO Favorevole
RAMPI ELISABETTA Favorevole
RAO ROBERTO Favorevole
RAVETTO LAURA Favorevole
RAZZI ANTONIO Favorevole
REALACCI ERMETE Favorevole
RECCHIA PIER FAUSTO Favorevole
REPETTI MANUELA Favorevole
RIA LORENZO Favorevole
RIGONI ANDREA Favorevole
ROCCELLA EUGENIA MARIA Favorevole
ROMANI PAOLO Favorevole
ROMANO FRANCESCO SAVERIO Favorevole
ROMELE GIUSEPPE Favorevole
RONCHI ANDREA Favorevole
ROSATO ETTORE Favorevole
ROSSA SABINA Favorevole
ROSSI LUCIANO Favorevole
ROSSO ROBERTO Favorevole
ROSSOMANDO ANNA Favorevole
RUBEN ALESSANDRO Favorevole
RUBINATO SIMONETTA Favorevole
RUGGERI SALVATORE Favorevole
RUGGHIA ANTONIO Favorevole
RUVOLO GIUSEPPE Favorevole
SAGLIA STEFANO Favorevole
SALTAMARTINI BARBARA Favorevole
SAMMARCO GIANFRANCO Favorevole
SAMPERI MARILENA Favorevole
SANGA GIOVANNI Favorevole
SANTAGATA GIULIO Favorevole
SANTELLI JOLE Favorevole
SANTORI ANGELO Favorevole
SARUBBI ANDREA Favorevole
SAVINO ELVIRA Favorevole
SCAJOLA CLAUDIO Favorevole
SCALERA GIUSEPPE Favorevole
SCALIA GIUSEPPE Favorevole
SCANDEREBECH DEODATO Favorevole
SCARPETTI LIDO Favorevole
SCHIRRU AMALIA Favorevole
SERENI MARINA Favorevole
SERVODIO GIUSEPPINA Favorevole
SIMEONI GIORGIO Favorevole
SIRAGUSA ALESSANDRA Favorevole
SPECIALE ROBERTO Favorevole
SPOSETTI UGO Favorevole
STAGNO D'ALCONTRES FRANCESCO Favorevole
STANCA LUCIO Favorevole
STASI MARIA ELENA Favorevole
STRADELLA FRANCO Favorevole
STRIZZOLO IVANO Favorevole
TADDEI VINCENZO Favorevole
TANONI ITALO Favorevole
TASSONE MARIO Favorevole
TEMPESTINI FRANCESCO Favorevole
TENAGLIA LANFRANCO Favorevole
TERRANOVA GIACOMO Favorevole
TESTA FEDERICO Favorevole
TESTA NUNZIO FRANCESCO Favorevole
TESTONI PIERO Favorevole
TOCCAFONDI GABRIELE Favorevole
TOCCI WALTER Favorevole
TORRISI SALVATORE Favorevole
TORTOLI ROBERTO Favorevole
TOTO DANIELE Favorevole
TOUADI JEAN LEONARD Favorevole
TRAPPOLINO CARLO EMANUELE Favorevole
TRAVERSA MICHELE Favorevole
TULLO MARIO Favorevole
TURCO LIVIA Favorevole
URSO ADOLFO Favorevole
VACCARO GUGLIELMO Favorevole
VALDUCCI MARIO Favorevole
VASSALLO SALVATORE Favorevole
VELLA PAOLO Favorevole
VELO SILVIA Favorevole
VELTRONI WALTER Favorevole
VENTUCCI COSIMO Favorevole
VENTURA MICHELE Favorevole
VERDUCCI FRANCESCO Favorevole
VERINI WALTER Favorevole
VICO LUDOVICO Favorevole
VIGNALI RAFFAELLO Favorevole
VILLECCO CALIPARI ROSA MARIA Favorevole
VIOLA RODOLFO GIULIANO Favorevole
VITALI LUIGI Favorevole
VITO ELIO Favorevole
VOLONTE' LUCA Favorevole
ZACCARIA ROBERTO Favorevole
ZANI EZIO Favorevole
ZELLER KARL Favorevole
ZINZI DOMENICO Favorevole
ZUCCHI ANGELO Favorevole
ZUNINO MASSIMO Favorevole